martedì 18 aprile 2017

Non c’è sempre un modo facile

Bisogna essere sinceri con i nostri figli, e anche con noi stessi: non c’è sempre un modo facile per fare le cose
In molti casi quello che vogliamo, o dobbiamo fare, implica fatica ed impegno. Lo dico, in primis a me stesso. 
Qualche sera fa mia figlia doveva imparare una breve filastrocca a memoria, il suo primo vero compito a casa. Non c’è un modo veloce e semplice per imparare qualcosa a memoria se non ripeterlo tante volte. Alla prima, ma neanche alla seconda, nessuno dotato di normali capacità mnemoniche riesce ad imparare qualcosa a memoria. Quella fatica lì, nessuno te la può togliere.
Lo stesso vale, ahimé, anche per le cose apparentemente molto più divertenti. E’ bello fare la ruota o la verticale al parco? Neanche questo viene subito la prima volta.
Sono convinto che dovremmo cercare di spiegare questo. Capendo, noi per primi, che la fatica è anche la nostra. Molto spesso siamo noi a non voler fare fatica, ad esempio seguendoli mentre imparano qualcosa di nuovo, gestendo le loro bizze e la loro iniziale frustrazione derivante dal provare qualcosa di nuovo.
E ci sono cose che, probabilmente, non saranno mai divertenti ma che vanno fatte. Come mettere in ordine la propria stanza.
Mi spiace per Mary Poppins, alla quale mi lega un grande affetto, ma alcune volte non c’è lo zucchero, o è veramente poco, che faccia andare giù la pillola, ma quella medicina va presa. 
E a Mary posso assicurare, visto che mia figlia ha provato veramente, che per mettere in ordine i propri giochi e vestiti schioccare le dita non produce alcun effetto.

martedì 11 aprile 2017

Ligabue per mia figlia

Ricordo la prima volta che ascoltai Ligabue. Era “Lambrusco e popcorn”, una delle sue prime canzone, attraverso un registratore che un mio amico teneva sotto il sedile del passeggero di una vecchia seicento. La radio in auto sembrava ancora fantascienza e così si ora organizzato per ascoltare il suo cantante preferito durante il tragitto verso una festa di compleanno. Io lo conobbi così e poi avrebbe accompagnato gli anni a venire facendo da colonna sonora alle tante stagioni che seguirono.
Anche oggi lo ascolto volentieri e quando in radio passano una sua canzone mi fermo ad ascoltarla ed a cantarla. Rispetto a tanti anni fa, adesso molto spesso sono in compagnia di mia figlia che necessariamente segue i miei gusti musicali. Qualche volta, però, nel testo ci sono delle parolacce. Visto che a scuola mia figlia è nel periodo della scoperta delle parolacce, ed io le faccio “una testa così” nel ripeterle che non si dicono, quando succede di sentirle mi guarda come per dire “Senti!?!”
Così nella canzone “E' venerdì” abbiamo aggiustato il testo per renderlo più adatto ad una seienne e che quel “è venerdì, non mi rompete i c....oni” è diventato “è venerdì, non mi rompete le scatole.”
Non so cosa ne pensi Ligabue, sicuramente è meno rock del testo originale. Spero che almeno gli farà piacere sapere che sta crescendo una sua fan.
Qualche sera fa scendendo dall'auto dopo aver sentito proprio quella canzone mia figlia, riferendosi al Liga, mi chiede: “Ma secondo te quando dice le parolacce si vergogna?” e poi aggiunge “Intendo quando è sopra al palco di fronte a tutta quella gente.”

giovedì 6 aprile 2017

Il compromesso (tacito) del dialogo con i figli

Mi piace molto vedere crescere mia figlia, poter parlare con lei, affrontare i primi ragionamenti su argomenti da grandi. Su come va il mondo, sulla vita, sui comportamenti delle persone.
Sono contento di questo scambio di vedute, che cerco sempre di spostare il piano del ragionamento. Non “E’ così” o “Si fa così!” ma partendo da un ragionamento, almeno quello che è il mio, per arrivare a delle conclusioni. E’ sempre, per fortuna, uno scambio di vedute. Per quanto piccola, arricchisce quello che cerco di spiegarle, mi incalza con domande quando non sono chiaro o quando non capisce.

Succede spesso, poi, che durante momenti particolari della giornata, prima di andare a dormire, a tavola o mentre la accompagno a scuola, si lasci andare raccontandomi cosa le succede a scuola, come si comportano lei ed i suoi amici, quello che dici e quello che fa. E’ un bel momento perché mi apre una piccola finestra sul suo mondo al quale, altrimenti, non avrei accesso e sul quale non potrei avere parola. Non sono sempre racconti nei quali lei si comporta bene. Quando succede, me li racconta con la consapevolezza di non essere interamente dalla parte della ragione. Magari non si è comportata bene con una compagna di scuola, ha disobbedito alle maestre o ha fatto qualcosa di nascosto.
Penso che in questi momenti di confidenza ci sia una sorta di “compromesso tacito”. Quello di cui hanno bisogno in quel momento sono i nostri riscontri, non i nostri giudizi o le nostre punizioni. Non credo né nel “genitore compagno/amico”, che diventa complice delle marachelle del figlio, né nel “genitore confessore”, che ascolta ed assolve per qualsiasi cosa, né nel “genitore giudice” che individua il reato e stabilisce una punizione.
Secondo me, in tutti i casi verremmo meno al nostro ruolo di genitori, in più, nel secondo, azzereremmo qualsiasi altra possibilità di dialogo in futuro.